Una settimana sulla costa da Catania al capo più a sud note dal sedile del van

C'è un momento, quando si arriva in Sicilia, in cui si capisce che questa non è un'isola come le altre. Non è la luce anche se la luce è diversa, più densa, più antica, come se avesse assorbito tremila anni di civiltà e non sapesse più come liberarsene. Non è il calore. Non è il profumo di zagara che a fine marzo entra dal finestrino del van e non ti lascia più.

È qualcosa di più sottile. È la sensazione che qui il tempo abbia una consistenza diversa più lenta, più pesante, più reale.

Parcheggiai il van sul lungomare di Catania un martedì sera. L'Etna fumava sopra la città con quella disinvoltura di chi sa di essere il padrone di casa e non ha bisogno di dirlo.

Catania la città nera

Catania è costruita sulla lava. Non metaforicamente letteralmente. La pietra basaltica dell'Etna è ovunque, nei palazzi barocchi, nei marciapiedi, nelle chiese, nei muretti dei vicoli. È una città che porta il segno della propria distruzione come una cicatrice portata con orgoglio.

La mattina presto, prima che il mercato della Pescheria diventasse una performance per turisti, mi ci persi dentro. I pescatori scaricavano il pesce con la velocità e la precisione di chi fa la stessa cosa da generazioni. Il tonno, il pesce spada, i polpi disposti sui banconi di marmo come nature morte del Seicento. Un uomo anziano mi offrì un pezzo di ricci di mare su un pezzo di pane. Lo mangiai in piedi, sul bordo del mercato, con il mare sullo sfondo e l'Etna sopra.

Pensai che certi posti ti nutrono prima ancora che tu abbia fame.

Brucoli il fiordo che non ti aspetti

Lasciare Catania verso sud significa resistere alla tentazione di andare dritti. La statale ionica corre veloce e rettilinea e promette Siracusa in un'ora. Ma c'è una deviazione, appena dopo Augusta, che scende verso il mare con una discrezione quasi sospetta come se non volesse farsi notare, come se custodisse qualcosa che non ha voglia di dividere con tutti.

Brucoli è lì, in fondo a quella discesa.

È un borgo piccolo nel senso più letterale del termine un pugno di case color del sale, una torre aragonese che guarda il mare con la stanchezza di chi monta la guardia da cinque secoli, e poi lui: il fiordo. Una lingua di mare che entra nella terra con una lentezza quasi timida, stringendosi tra le rocce calcaree fino a diventare qualcosa di intimo, quasi privato. Le barche dei pescatori ormeggiate lungo le sponde dondolano nell'acqua ferma con quella quiete delle cose che non hanno bisogno di giustificarsi.

Mi fermai sul bordo del molo. L'acqua nel fiordo era di un verde trasparente, irreale, il tipo di colore che si fatica a credere esista fuori dalle cartoline. Sul fondo si vedevano le rocce, le alghe, l'ombra delle barche. Un ragazzo stava pescando seduto su uno scoglio con la stessa concentrazione assoluta e inutile dei pescatori di tutto il mondo.

Non c'era quasi nessuno. Era un mercoledì mattina e Brucoli dormiva ancora dentro la sua bellezza discreta, quella bellezza dei posti che non hanno ancora imparato a vendersi e forse non lo impareranno mai.

Comprai un caffè in un bar sul porto dove la televisione trasmetteva qualcosa a basso volume e il barista mi servì senza fare domande. Mi sedetti fuori, sulla sedia di plastica bianca che è l'arredo universale dei bar di mare italiani, e guardai il fiordo cambiare colore con la luce che saliva.

Rimasi più del previsto. Siracusa poteva aspettare.

I posti così piccoli, silenziosi, non ancora scoperti del tutto sono quelli che il van ti insegna a trovare. Non stanno sulle guide. Non hanno hashtag famosi. Stanno lì, ad aspettare che qualcuno abbia la pazienza di deviare dalla strada principale e scendere fino in fondo a vedere cosa c'è.

La strada verso sud Siracusa

Lasciai Brucoli a malincuore, con quella sensazione precisa di stare lasciando un posto prima di averlo capito del tutto. Ma è anche questo il van sapere che non puoi restare ovunque il tempo che meriteresti, e imparare a portarti via quello che riesci.

La costa ionica scorreva sulla azzurra, ferma, indifferente al traffico sulla statale. Siracusa arrivò nel tardo pomeriggio, quando la luce era già bassa e dorata e l'Ortigia sembrava galleggiare sull'acqua come un'isola dentro l'isola.

Parcheggiai fuori dalle mura e andai a piedi.

Ortigia è uno di quei posti che esistevano già prima che qualcuno li chiamasse belli. Le stradine strette, i palazzi color miele, la cattedrale costruita dentro un tempio greco del V secolo avanti Cristo le colonne doriche ancora visibili nelle navate laterali, come ossa che affiorano sotto la pelle. Mi sedetti su un gradino della piazza e rimasi a guardare finché la luce non sparì del tutto.

Quella notte dormii nel van parcheggiato sul lungomare, con il rumore del mare che entrava attraverso il finestrino socchiuso.

Noto la città del barocco

La mattina dopo deviazione obbligata verso Noto. Venti chilometri nell'entroterra, una strada che saliva tra ulivi centenari e carrubi, e poi all'improvviso Noto. Tutta intera, dorata, assurda nella sua perfezione.

Fu ricostruita dopo il terremoto del 1693 su un colle diverso dall'originale, con una pianta nuova e un'architettura barocca così coerente e così eccessiva da sembrare quasi irreale una città scenografica, un set costruito da qualcuno che amava il teatro più dell'architettura.

Ma poi ti avvicini. E capisci che la pietra è vera, che la storia è vera, che le crepe nei palazzi sono vere. E che la bellezza sopravvissuta a un terremoto ha una qualità diversa da quella intatta sa di scelta, di volontà, di qualcosa che non ha voluto smettere di esistere.

Comprai una granita al pistacchio e la mangiai lentamente, seduto sui gradini della cattedrale, guardando la gente passare nella luce del mattino.

Marzamemi il tempo si ferma

Scesi di nuovo verso la costa nel primo pomeriggio. Marzamemi era quasi vuota non era ancora stagione, e il paese aveva quella qualità rarefatta dei posti che aspettano. Le reti dei pescatori stese ad asciugare, le barche tirate in secca, il vecchio stabilimento della tonnara chiuso e silenzioso come un museo senza museo.

Mi sedetti al bordo della piazzetta davanti al mare. Un gatto nero dormiva su una barca rovesciata. Una donna anziana affacciata a una finestra guardava qualcosa che non vedevo. Un bambino correva tra i vicoli per ragioni sue.

Rimasi lì due ore senza fare niente di preciso. È una delle cose più difficili da imparare quando si viaggia in van che stare fermi è un'attività, non una mancanza di attività. Che osservare è una forma di partecipazione. Che i posti si capiscono meglio quando smetti di cercare di capirli.

Marzamemi, costa sud-est della Sicilia.

Il van è spento da un'ora. Non c'è nessuno. C'è solo questo le rocce calcaree che scendono verso il mare, il vento che arriva da Malta senza incontrare niente prima di te, il cielo che si decide lentamente tra il grigio e il blu.

Ci sono notti in cui un letto in un hotel non ha nessun senso. In cui l'unica risposta giusta al mondo è questa parcheggiare sul bordo di uno scoglio, aprire il portellone, e lasciare che il mare prenda il posto di tutto il resto. Del rumore, dei pensieri, della fretta.

Il van dondola leggermente con le raffiche. Dentro è caldo. Fuori il Mediterraneo non dorme mai, e si sente quella presenza costante, profonda, antica, che respira sotto la superficie come qualcosa di vivo e paziente.

Dormire così non è scomodità. È privilegio. È la differenza tra guardare il mare da una finestra e dormirci dentro.

Domani mattina apriremo gli occhi e sarà ancora qui. Il mare, le rocce, la luce. Come se il mondo avesse aspettato.

E in un certo senso, lo ha fatto.

Portopalo di Capo Passero il bordo del mondo

L'ultimo giorno di costa scese verso Portopalo di Capo Passero, il punto più a sud della Sicilia, il punto più a sud d'Italia, il luogo dove la penisola finisce e l'Africa comincia a farsi sentire nell'aria, nella luce, nel colore del mare che diventa una cosa diversa, più densa, più blu, più seria.

Il van arrancò su una strada costiera stretta e sconnessa, tra muretti a secco e distese di capperi e macchia mediterranea bassa e profumata. Il mare era da entrambi i lati, quasi. L'isola si restringeva fino a diventare quasi un filo.

A Portopalo mi fermai sull'ultimo scoglio praticabile. Davanti a me, Malta era teoricamente visibile. Non la vidi. Ma sentii qualcosa che assomigliava alla fine di qualcosa e all'inizio di qualcosa d'altro quella sensazione che arriva sempre ai confini del mondo conosciuto, quando la terra smette e il mare comincia e tu resti in piedi nel mezzo, con il vento in faccia, senza dover essere da nessun'altra parte.

Il van era parcheggiato dieci metri dietro di me. Dentro c'era ancora qualche arancia di Catania, un libro aperto a metà, una cartina piegata male.

Rimasi sul bordo dello scoglio più a lungo del previsto.

Non c'era nessuna fretta. Non c'è mai nessuna fretta, quando si arriva dove si doveva arrivare.


Note di viaggio

Km percorsi: circa 280, in sette giorni. Soste: troppe e non abbastanza. Cosa rimane: la luce di Ortigia al tramonto, il sapore dei ricci sul pane a Catania, l'acqua verde del fiordo di Brucoli, il silenzio di Marzamemi fuori stagione, il vento a Capo Passero. Cosa si porta via il van: un po' di sabbia sul pavimento, l'odore di zagara nei sedili, e quella stanchezza buona che si chiama viaggio.